KRZYSTZOF KARASEK, IL POETA SI SIEDE SULLA NUVOLA

Il poeta si dondola sull’altalena
è bambino
ed è vecchio,
con la testa raggiunge il cielo
con i piedi la terra
è e, nello stesso tempo, non è,
la mano di qualcuno spinge l’altalena
una volta verso il cielo
un’altra verso le profondità della terra,
sfrecciano le morbide cordicelle
da una parte la luna degli appassionati
dall’altra il sole della verità,
da una parte il cielo della tranquillità
dall’altra le profondità dei contrasti,
steso sull’abisso del dubbio
e della speranza
si dondola dalla mattina alla sera,
sulla città
spengono le stelle
e sorge il sole e lui,
nell’immobile pendolo,
vola da un lato dell’abisso
all’altro
sulle ali del tempo
che abita in lui…

ANTONELLA ANEDDA, CORO – La paura ci rende più forti?

Siamo mortali, mortalmente spaventati
tremiamo come volpi e cani
diventando la muta di noi stessi.
Basta un sogno sbagliato
e la luce rode dove non c’è riparo.
Sbandiamo tra gli oggetti sperando siano veri.
Stringiamo gli occhi provando a dormire in pieno giorno
dicendo: qui e pensando là
offrendo sacrifici mentre spostiamo i mobili
e tronchiamo con le forbici i gerani.
La sera allunghiamo i tavoli per gli ospiti
e dal legno cominciamo ad appassire.
Posiamo con cura i tovaglioli
e dal lino si sollevano demòni.
Voltando la testa qui, pensiamo: là
come succede davvero a ogni inseguito.
Spalanchiamo finestre con la scusa del fumo.
Il vento sa d’immondizia, ma è una tregua.
Lo stesso vento nella bellezza è una rovina.
La saggezza ci confonde come cera.
Stentiamo a respirare.
Restiamo immobili.
Il sangue scatta tra la nuca e la schiena
torniamo serpi
ci puliamo intrecciandoci.

GIOVANNA BEMPORAD, L’ANIMA MIA CHE HA TRISTEZZE D’AURORA

L’anima mia che ha tristezze d’aurora
e di tramonto, e il gusto della morte,
non più tenuta viva da illusioni
piange sommessa al clamoroso mare
come un fanciullo triste, abbandonato
senza difesa a tutti i suoi terrori.
Ma quando il sole un riso di rubini
mi semina tra i solchi della fronte,
spiegano i sogni un volo di gabbiani!
Persa in un mondo di gocce d’azzurro
e di freschezza verde, annego in questo
mare più dolce dell’oblio l’angoscia
cupa degli anni tardi, in cui presento,
rammaricando, che il mio tempo è morto.

FRANK O’HARA, IL MIO CUORE

Non starò sempre a piagnucolare
né riderò tutto il tempo,
non mi piace un “motivo” più dell’altro.
Avrei l’istantaneità dei pessimi film,
non solo di quelli barbosi, ma anche del genere
di prima classe delle megaproduzioni. Voglio esser
vivo quantomeno come il volgo. E se qualcuno
appassionato della mia vita incasinata dice: “Non è roba
da Frank!”, tanto meglio! Io
non mi metto sempre abiti grigi e marroni,
o sbaglio? No. Per l’Opera indosso camicioni da lavoro,
spesso. Avere i piedi scalzi voglio,
voglio un viso ben rasato, e il mio cuore…
non puoi programmare il cuore, ma
la sua parte migliore, la mia poesia, è allo scoperto.

SAVITA SINGH, SENZA ÀNCORA NÉ VINCOLO

Il vento rifiniva un’idea
nella testa di un uccello
che si era appena fatto il nido.
Era venuto a dirmi anche
che io sono soltanto un frutto del tempo
e che non sono nessuno per pensare alla mia
trascendenza.
La tristezza che senza sosta gocciola nel mio
intimo
da un rubinetto ossidato e inarrestabile,
è anche una apertura alla creazione malinconica.
Sul far della notte,
l’uccello era ben insediato nella sua casetta,
mi aveva lasciato a vagare
per il largo mondo,
senza àncora né vincolo.

KATHERINE MANSFIELD, SANARY

Oltre la palizzata fitta di palme luccicanti
la piccola stanza rovente guardava sulla baia.
Lì avrebbe voluto riposare nell’ardore del giorno
la testa bruna abbandonata sulle braccia
tanto quieta e silenziosa che non sembrava
pensasse sentisse nemmeno che sognasse.
La tela scintillante del mare pendeva
dal cielo abbagliante ed il sole ragno
con diligente spaventevole crudeltà
strisciava sul cielo e filava, filava
perfino ad occhi chiusi lo vedeva e le barche
piccole prese nella rete come mosche.
A quell’ora pigra nessuno passava sulla strada
polverosa, un odore di mimosa morente
s’allungava nell’aria ma dolce – troppo dolce.

MARIA GRAZIA CALANDRONE, CANZONE

Canto perché ritorni
quando canto
canto perché attraversi tutti i giorni
miglia di solitudine
per asciugarmi il pianto.

Ma ho vergogna di chiederti tanto
e smetto il canto.

Canto e sono leggero
come un fiore di tiglio
canto e siedo davvero
dove mi meraviglio:

all’inizio del mondo

c’è l’ombra bianca delle prime rose
che non sono più amare
perché canto e ti vedo tornare
come tornano a riva le cose:
senza passato,
con il petto lavato
dal mare.

Ecco!,

sali le scale come un ragazzino
che scrolla dalle ciglia una corona di sale,
dà due beccate d’indice
alla porta, s’inginocchia
in fretta, in fretta
dice: “Vieni!,
ti porto al mare” e mi sorride, dalla sua statura
di nevischio e di rose, dalla sua garza d’anima salvata
dalle piccole cose.

Dalla sua bocca bianca ride il mondo
e ridono le cose
trasparenti del cielo
se, girandosi appena
per pudore, dice: “Lo vedi, non ho più paura”

come parlando a un’ombra evaporata
nell’innocenza

calma delle ginestre, a un fiatare di rose
andato via per le finestre
aperte
fino alle fondamenta.

Così mi lasci nell’aperto privo
di peso. E allora canto
lo stare seduti
nel vivo, tutto l’amore privo,
che non smetta

la presenza perfetta
di chi non pesa

ma è senza volontà, senza maceria, senza l’avvenimento
della materia

è solo polvere che tende alla luce.