GIULIANO MESA, non so, da quale notte, scura

non so, da quale notte, scura,

da quali passi, lenti,

ognuno che batte sulla sabbia,

che cerca, scuro, dove posarsi dopo.

Sassi conchiglie sabbia, dopo,

acqua che fa l’impasto, terra,

grani di sale, tagliano,

strinano l’aria intorno, l’aria,

che risuona, il vento che la muove,

tra le palpebre, chiuse, che si aprono,

tra le mani, le dita, le dita che si schiudono,

ancora la pelle, tesa, che si tende,

i lobi, le palpebre, il sale che le strina,

le labbra, non so, la voce tra le labbra,

non so, che parla, so che parla,

so che parla

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DANIELE BARBIERI, nel mezzo della notte, quando sentivamo

nel mezzo della notte, quando sentivamo
arrivare e spegnersi la moto, persino se la strada
era una lastra di ghiaccio e le montagne intorno
risplendevano di neve,
sapevamo che era lui, il matto, che veniva
a cercare illusioni nelle vite altrui

se ci fossimo alzati, nel buio
avremmo visto gli scuri aprirsi alla finestra
piano, per non svegliar nessuno,
e una forma incappucciata spiare dentro,
silenziosa, a lungo,
con la luce di un calore vagheggiato
accesa negli occhi

restavamo a letto, ovviamente, invece,
consapevoli di quello sguardo
affamato di una vita
che negli altri soltanto
gli era reale

CARMEN NARANJO, Mestiere di incendiarsi

Non di lingue con quel fuoco che cresce
assorbe e precipita
non di caldi spazi che bruciano
bensì di vette con aria congelata
dove respirare risulta impossibile.
Così voglio incendiarmi
con lo stile di Clemente Orozco
incendiarmi in compiti di volontà e passione
in lavori con la parola
in artigianato con suoni
in occhi tristi intelligenti
in profondità di visioni.
Per questo guardo da lontano e da vicino
mi approssimo e mi allontano
mi tolgo dalle spalle equipaggi
mi colmo d’amore
e mi nascondo.
Incendiarsi sembra crudele
perché ciò che brucia duole
ma è necessario ed essenziale
per credere di vivere.
Quelli che fuggono dal fuoco
fuggono dall’aria dalla luce
e dalla terra con il suo manto verdino
dove la pioggia spegne ciò che arde.

DENISE LEVERTOV, La finestra della zingara

Sembra un palcoscenico
che ha per sfondo fantasie di velluto,
cotone, raso, fregi e nastri –
Un’amabile noncuranza
ha sparpagliato i piatti banali, i rosari
e ha posto al centro
un vaso scuro dal collo stretto,
boccioli di rose di carta gialli e carnati, sfarzose
rose di carta rosse e aperte –
Dietro il vetro, su rigide sedie
guardano passare i camion una vecchia
rozza imperiosa ornata
da una bandana, e una bella giovane
la sua bocca un’enorme rosa sprezzante –
Il coraggio
di una retorica naturale lancia verso l’arida
Hudson Street un’occasione di poesia, una poesia
casuale che dà passione alle rose,
le rose nella finestra della zingara in un vaso
blu sembrano vere, irreali
come rose vere.

Bella Achmadulina, Il giardino

Sono uscita in giardino, il rigoglio lussureggiante
però non sta qui ma nella parola “giardino”
che riempie l’orecchio, le narici e lo sguardo
della beltà delle rose cresciute.
La parola è più ampia del luogo:
lì si è comodi e liberi,
lì la terra fertile adotta come figli
gli orfani arbusti che vi crescono.
Virgulto d’ignote innovazioni,
o parola “giardino”, come un giardiniere
fai crescere e moltiplichi i tuoi frutti
con scintillio e stridor di cesoie.
Hanno trovato posto nel tuo libero abbraccio
la casa e il destino della famiglia
che non c’è, e il fiore bianco-smunto
di quella panchina da giardino.
Sei più fertile della terra, nutri
le radici delle chiome altrui, sei
la quercia, la cavità nel tronco, Dubrovskij,
la posta dei cuori e delle parole: amore e sanguel.
Le fronde tue ombrose
sono sempre scure, ma nella calura
perché ha chinato il capo turbato
l’ombrellino di pizzo innamorato?
Non sono forse io, cercatore di un’indolente manina,
ad arrossare il mio ginocchio sul pietrisco?
Misero giardiniere impertinente,
cosa cerco, a chi m’inchino?
Se fossi uscita, dove mai
sarei andata? È maggio, e il fango è secco.
Sono uscita nel vuoto smagrito
per leggervi che la vita è passata.
Passata! Dov’è andata di corsa?
Ha appena sfiorato l’asciutto tormento
delle labbra mute: ha detto che
tutto è per sempre e che io sono per un attimo.
Un attimo in cui non ho visto
né me né il giardino.
“Sono uscita in giardino”, ho scritto.
L’ho scritto? Vuoi dire che c’è
almeno qualcosa? Sì, ed è stupendo:
in giardino senza muovere un passo.
Non sono uscita. Ho solo
scritto: “Sono uscita in giardino”.

Onda

Leggere riflettere scrivere

(Omaggio a Neruda)

di Giovanni Baldaccini                    

 

Privo di sogni adatti
e reti per carpire
traccio circoli d’acqua
nel tuo viso incostante
femmina folta di decadente stile
fiato.
Nel tuo suono che cade
dall’orizzonte al fondo
distratto
rammendo note
lungo derive d’anni ammainati
dove si inoltra odore
d’onda fuggiasca
in cui mi spando alterno
come un’ala spezzata o una deriva
verso il lume frangente dei tuoi occhi
d’affitto
per un appuntamento speso a ore
e spiccioli di narrativa.

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Dirompente

cristina bove

allo specchio

                     
che mi sobbarco la normalità
con le mie ore d’aria, qui m’accuso.
Dico ciò che fa male
senza l’impaccio del bon ton
denudo i miei pensieri _vie dirette_
perché non sia loquela dissociata
madre non un lamento
donna di salti e voli irregolari. Alla licenza
stocco.
Mi prende a parte un dissuasore
:non è così che si colpisce il centro!

Ma quale centro è questo
che fa mettere maschere __che fa
rivestire di rose la paura?

Un guizzo di sospetto anche si estende
in conseguenze accusatorie.
__si vergogni, signora essere umano,
tanti vorrebbero il suo posto, al sole, al buio,
nell’immediato o nel futuro e lei
che si risveglia un altro giorno ancora
non sa apprezzare e farselo piacere__

Va tutto bene _dicono_ e a ragione.
Se tutto questo accade
se raccomando al cuore di fermarsi nel sonno
se prego un dio colpevole d’eterno,
son io che non so…

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