DENISE LEVERTOV, La finestra della zingara

Sembra un palcoscenico
che ha per sfondo fantasie di velluto,
cotone, raso, fregi e nastri –
Un’amabile noncuranza
ha sparpagliato i piatti banali, i rosari
e ha posto al centro
un vaso scuro dal collo stretto,
boccioli di rose di carta gialli e carnati, sfarzose
rose di carta rosse e aperte –
Dietro il vetro, su rigide sedie
guardano passare i camion una vecchia
rozza imperiosa ornata
da una bandana, e una bella giovane
la sua bocca un’enorme rosa sprezzante –
Il coraggio
di una retorica naturale lancia verso l’arida
Hudson Street un’occasione di poesia, una poesia
casuale che dà passione alle rose,
le rose nella finestra della zingara in un vaso
blu sembrano vere, irreali
come rose vere.

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BRENDA PORSTER, La fine del mito

La poesia designa l’assenza di quella religione che
avrebbe dovuto essere. Essa è religione come lo è il ricordo di una persona
amata, e risveglia a quell’impossibile che è l’assenza.
(Georges Bataille)

La straordinaria promessa che un uomo e una donna si fanno a vicenda è l’opportunità di inventare un mito insieme. Per incantare noi stessi.
(Tim Parks)

e quando il mito non è condiviso?
e l’incanto solamente
un fremente assolo
suonato a orecchie indurite?
non abbiamo
altro che:

un melodia,
una montagna dalle vette innevate, isolata,
ombre d’abeti blu su neve abbagliante,
onde sonore che si curvano infinite
cagliando l’aria gelata,
inascoltate e, come tali,
inesistenti?

uno specchio,
che riflette la nostra stessa illusione,
un solipsismo di visione,
luminoso, fragile:

un muro,
che ci rimbalza i segnali,
che manca di fluidità,
i reciproci rimandi, le mosse combinate
di un gioco di coppia;
anche se ci sono ancora gesti inaspettati,
angoli da compensare,
perché anche l’indifferenza conosce
una certa cortesia:

un dono,
che richiede lo scambio rituale,
“eccolo, è per te”
tirato fuori dalla borsa, non incartato,
anonimo:

e tu,
accetterai
così poco, e così tardi?

e quando il mito si frantuma
– era dunque così fragile –
in vetri aguzzi, pugnali per il cuore,
non è, dopo tutto, una gran
notizia, c’è solo che sei di nuovo
sola, un neutrino infinitamente piccolo
che attraversa la densità della vita
senza lasciar traccia,
insignificante sotto occhi che non vedono
un cielo nero e gelato
noncurante.

FRANK O’HARA, IL MIO CUORE

Non starò sempre a piagnucolare
né riderò tutto il tempo,
non mi piace un “motivo” più dell’altro.
Avrei l’istantaneità dei pessimi film,
non solo di quelli barbosi, ma anche del genere
di prima classe delle megaproduzioni. Voglio esser
vivo quantomeno come il volgo. E se qualcuno
appassionato della mia vita incasinata dice: “Non è roba
da Frank!”, tanto meglio! Io
non mi metto sempre abiti grigi e marroni,
o sbaglio? No. Per l’Opera indosso camicioni da lavoro,
spesso. Avere i piedi scalzi voglio,
voglio un viso ben rasato, e il mio cuore…
non puoi programmare il cuore, ma
la sua parte migliore, la mia poesia, è allo scoperto.

Wallace Stevens, Uomo e bottiglia

La mente è la grande poesia dell’inverno, l’uomo,
che per trovare quanto possa bastare
distrugge dimore romantiche
di rosa e ghiaccio

nella terra della guerra. Più che l’uomo, è
un uomo con la furia d’una razza d’uomini,
una luce al centro di molte luci,
un uomo al centro di uomini.

Deve soddisfare la ragione sull’essenza della guerra,
deve persuadere che la guerra è parte di se stessa,
una maniera di pensare, un modo di
distruggere, come la mente distrugge,

un distogliere, come una delusione antica volge
le spalle al mondo, una vecchia tresca con il sole,
un’aberrazione impossibile con la luna,
una volgarità di pace.

Non è la neve che è pagina, penna.
La poesia sferza più feroce del vento,
mentre la mente, per trovare quanto possa bastare,
distrugge dimore romantiche di rosa e ghiaccio.

Tonia Colleen, Trip to Paradise

Wallace Stevens, Dame unite d’America

 

Je tâche, en restant exact,
d’être poète.
JULES RENARD

Le foglie non bastano a coprire la faccia
che indossa. Così s’espresse l’oratore: “La massa
è nulla. Il numero di uomini in una massa
d’uomini è nulla. La massa non è più grande

del singolo uomo della massa. Ogni massa
promulga il proprio paradigma.” Le foglie
non bastano a celare la faccia dell’uomo
di questa massa morta e di quella. Il vento si può

colmare di facce come di foglie, soffiare folate di bocche,
e di bocche che piangono e piangono giorno dopo giorno.
Potrebbero essere noi stessi, noi stessi risonanti,
le nostre facce che ruotano attorno a una faccia centrale

e poi di nuovo ovunque, via via lontano?
Eppure una faccia continua a tornare (mai quella),
la faccia di un uomo della massa, mai la faccia
che l’eremita su una lingua di sabbia avrebbe visto,

mai il politico nudo istruito
dal saggio. Le foglie non bastano a incoronare,
a coprire, incoronare, coprire – e dillo –
l’attore che alfine declamerà la nostra fine.

David Alfara Siquieros, La brutalita’ del dittatore Porfirio Diaz, 1957

ALICE WALKER, HO IMPARATO

Ho imparato
a non preoccuparmi dell’amore
ma di onorare le sue visite
con tutto il mio cuore.
Esaminare i cupi misteri
del sangue
con mente allegra e
leggera,
conoscere
il flusso delle emozioni
sciolte e veloci
come l’acqua.
La fonte sembra
qualche inesauribile
sorgente
all’interno
della nostra doppia
o triplice essenza;
il nuovo viso che io
rivolgo a te
nessuno al mondo
l’ha visto
ancora.

Sylvia Plath, Inseguimento

SYLVIA PLATH (Boston, Massachussets, 1932 – Londra, England, 1963)
INSEGUIMENTO

Entro nella torre delle mie paure,
chiudo la porta su quella oscura colpa,
sprango la porta, tutte le porte sprango.
Il sangue corre, mi rimbomba
nelle orecchie: il passo
della pantera è sulle scale,
ora la sento che sale, che sale.

il passo della pantera è sulle scale,
ora la sento che sale, che sale.