Dennis Haskell, Passi

DENNIS HASKELL (Australia)
PASSI

Un uomo se ne andava sui grani compatti della costa di Geraldton,
a fianco onde esitanti sulle conchiglie, il liscio
incessante senza requie Oceano Indiano.Passeggiare non ha imiti-
pensò, chiedendosi per dove proseguire – un po’ sterposo,
pensò che su queste sabbie altrimenti deserte, dai cumuli
di alghe sparse porpora e nere, le rocce dalle strane forme,
poteva camminare per sempre, nella promessa salmastra del
senzafine,
e lì conoscersi, oltre onda e acqua, oltre i grani
di sabbia, oltre le case presto buie e i canali.
Le sue impronte
sulla spiaggia s’allungavano lontano quanto un occhio può
vedere,
ricordandogli quando, bambino, s’era avventurato fin qui
e al ritorno s’era imbattuto nella traccia delle sue impronte,
le dita puntate apposta, i calcagni affondati nella sabbia scura
e pensò con piacere e sorpresa “Sono io? Sono io!”

 

Judith Wright, Leggenda

JUDITH WRIGHT (Armidale, Australia, 1915 – Canberra, Australia, 2000)
LEGGENDA

Il garzone del fabbro uscì con una carabina
e con un cane nero che gli correva dietro.
Ragnatele gli invischiarono i piedi,
fiumi l’ostacolarono,
rami spinosi gli si avventarono agli occhi per accecarlo,
e il cielo diventò un infausto opale,
ma lui non ci badò.
«I rami li so rompere, so passare i fiumi a nuoto, neutralizzare
con lo sguardo qualunque ragno sulla mia strada»,
disse al cane e al fucile.

Il garzone del fabbro si diresse verso i recinti
con il vecchio cappello nero in testa.
Montagne gli sbarrarono il cammino,
rocce gli franarono addosso,
e il vecchio corvo gracchiò: «Presto morirai».
E la pioggia venne giù a barili.
Ma lui disse soltanto:
«Le montagne le so scalare, le rocce le so scansare, so sparare
a un vecchio corvo in qualunque momento»,
e proseguì verso i recinti.

Come fu giunto alla fine del giorno, il sole cominciò a tramontare,
la notte scaturì, pronta a ingoiarlo,
come una canna di fucile,
come un vecchio cappello nero,
come un avido cane nero alle sue calcagna.
Poi il piccione, la gazza, la colomba cominciarono a gemere,
e l’erba si piegò per fargli da cuscino.
Gli si spezzò il fucile, gli volò via il cappello, il cane era sparito,
e il sole tramontava.

Ma davanti alla notte si stagliò l’arcobaleno sulla montagna,
proprio come il suo cuore presentiva.
Corse come una lepre,
si arrampicò come una volpe;
lo prese con le mani, coi suoi colori e il freddo –
come una sbarra di ghiaccio, un getto di fontana,
come un anello d’oro.
Il piccione, la gazza e la colomba si alzarono in volo a
contemplarlo,
e l’erba si rialzò sulla montagna.

Il garzone del fabbro si mise in spalla l’arcobaleno
al posto del fucile rotto.
Le lucertole uscirono a vedere,
i serpenti gli fecero largo, e l’arcobaleno
rifulse risplendente come il sole.
E il mondo disse: «Nessuno è più prode, nessuno più baldo,
nessun altro ha fatto
nulla di simile». Lui tornò a casa al colmo della baldanza,
con l’oscillante arcobaleno in spalla.

 

Fay Zwicky, I.M. Primo Levi

FAY ZWICKY (Melbourne, Australia, 1933)
I. M. PRIMO LEVI

Senza colore, senza odore,
senza utile o bellezza,
perché vorresti guardare?

Le mie radici sgretolano calcestruzzo
strangolano cemento, le mie dentellature rasate
proteggono la nuda essenza,

il muto vuoto del mio cuore di pianta.
Non puoi sondare la mia lingua antica
di pianta, uomo che parli

a uomini. All’infuori del narciso
o del delphinium, i poeti non ideano
alcun impeto dolce

dal mio linguaggio forgiato dal fuoco.
Poco esotica dato che son nata qui,
portatrice di più crudeli storie di quante

evocano i tuoi campi in fiamme.
Seminata dai tifoni, ho atteso
anni per levare il mio fiore spinoso e disperato,
senza colore, senza odore
e corazzato. Ma che si tende
si tende sempre verso il cielo. Il mio modo,

diresti, di farti capire
che la morte è intorno e pronta. Ascolta.
Sentirai passare il suo fiato.

 

Fay Zwicky, Crescere

FAY ZWICKY (Melbourne, Australia, 1933)
CRESCERE

Quando cresco (ho solo cinquant’anni)
voglio essere montagnosa e saggia
come Marguerite Yourcenar.
Una grande sfinge di pietra
silente come un’ombra.
La bilancia perfetta
tra grazia e potenza.

Voglio essere forte abbastanza da vivere
su un’isola al largo della costa del Maine,
far inselvatichire il bel giardino,
ricevere un intervistatore
da un prestigioso programma d’arte TV
ogni vent’anni, scendere
per leggere a voce alta con altero distacco
passaggi profetici dal lavoro passato,
rifiutare le investiture d’accademia.

Non mi mancherà la mia terra natale.
Saprò chi sono.
La mia voce sarà bassa, salda,
senza enfasi, purificata dai bisogni.
Non m’importerà se ho ossa grandi,
pesante, non baderò
se i miei capelli sono fini,
se i miei occhi sono giunti a un punto morto,
se i problemi più veri restano senza risposta.
La perdita di amanti, la defezione dei figli
mi lascerà fredda.

Diventerò l’assoluto
che mi ci è voluto una vita annichilire.

 

Bruce Dawe, Essere poeti in Australia

BRUCE DAWE (Fitzroy, Australia, 1930)
ESSERE POETI IN AUSTRALIA

significa vivere nella Valle dell’Eco
ed essere duro d’orecchi
significa abitare in una Galleria degli Specchi
ed essere miopi
significa fare lunghi viaggi per tornare a casa
e trovare un AFFITTASI nel giardinetto d’ingresso

significa ascoltare dalla finestra
e guardare nella cornetta del telefono,
a una pagina affilata parlare con le mani
uscite da scuola una lezione sola prima della fine

significa ricordarsi dei passeri
nel Parco Ornitologico
e della rana pescatrice
nel Mondo Marino

significa essere altrove o altro
in diecimila conversazioni
ritornando con un legnetto in bocca
e un’aria speranzosa
scodinzolando scuse.

 

Lee Murray, Corniche

LEE MURRAY (Nebiac, Ausralia, 1938)
CORNICHE

Tutto il giorno lavoro e non bevo mai
se tocco terra so che sono depresso.
Il Creatore adoro perché ho fatto me stesso
e alcune volte la settimana un filo elettrico mi corre nel petto.

La prima volta, stavo a pezzi un anno intero,
piangendo, incoerente; i sigari mi avevano smesso:
singhiozzavo a marce basse su ogni strada lungo la scogliera,
poi: cardiaco orrore. Mascherando tu-tum il mio battito sommesso.

Era la malattia della vittima. Adrenalina mi ululava in testa,
il cane nero era il mio cervello. Venne a soffocarmi nei respiri,
era il buco nero dell’energia, depressione, showman prima dell’alba
quando, tornando da una pipì, nella morte che hai ti giri e rigiri.

La meteorite vagante è sulla rotta per far sparire il tuo mondo,
sicuro. Ma sta’ allerta, e che il suo arrivo riempia il tuo giorno.
Il forte muore solo una volta ? Mille volte io potrei andar via,
appeso al mio battito e a un passo da lì il precipizio del mondo.

Il ridere, che mai s’è ritratto intorno a genitali raggrinziti
o suicidati per smettere di morire. Il colpo che mai cade
ti scuote, istupidito. Solo gradualmente
noti in te un leggero disprezzo per quel che sgomenta.

Un io dentro l’io, freddo come una coscienza, uno che deve sparire
nella tua ultima notte, o faxato, riconosce sempre
dietro ogni cosa la muta grand’opera e l’effetto senza causa –
che la morte figurata non è il vero morire.

Il crocchio è illusione. Non c’è ancora il mondo fuori
ma tu cominci a vedere. Sei incantato come da una brutta opera
d’arte – ma per un’inizio reale, che avvio! farfugli alla Casualità
sei controllato, misurato, calmato. Problemi il tuo cuore non ha.

Il terrore della morte non teme la morte.
La paura, allo stato puro, è intransitiva. Un Hindenburg di gran rabbia
si disfa, nonostante tutto, sulla tua vita. Guardalo, e sentirai quel flagello
ma come un tossico sniffi oltre la sbarra della gabbia

poiché ti aggrapperai a questa bestia finché ti avrà roso,
per il cristallo delle sue reni, l’elisir delle sue ali,
finché ogni tuo amore sarà la polizia di un’immensa fatica.
Io venni al mondo impreparato ma le ho imparate alcune cose.

Quando ti rivolti, sazio, nella pentola alla base dell’arcobaleno
è la vita che fa a gara e che rema e tu non puoi fare niente.
Se fossi stato veramente Dio potevi aver vissuto tutte le vite
che ora ti storpiano e in miseria vedi decadere.

A come Adrenalina, l’originale bomba A, benzina
e mortificazione delle aspirazioni, sbuffo dell’Illuminazione.

Quando Dio mi creò, io non ho avuto copione, ed è stato meglio.
Benché in tutto sia morte, comunque si muore impreparati.