IZABELA FILIPIAK, Affamata

Mi sono disfatta di uno dei miei eventuali futuri:

In questa decisione c’è almeno una qualche leggerezza
Cammino svelta, ma non smetto di aver freddo.

Mi faresti scaldare accanto a te?

Non ho mai sentito: No.
Quando dividi qualcosa con me, provo a trattenerti:
Attenzione, perché sono sfacciata!
Non così veloce!
Addomesticami con cautela, non permettermi
una mancanza di misura. Non risvegliare in me
quello che non sarai in grado di soddisfare,
Non lasciarmi affamata.
Rimani con me!

Non ascoltarmi affatto.
Parlami con quella tenerezza nella voce indifferente
infilami in una tasca, avvolgimi in una morbida sciarpa,
nelle maniche di una giacca.
Dividi con me uno spicchio d’arancia.

Permettimi di mangiare dal tuo piatto
strisce verdi di broccoli e virgole di peperone,
rosse come sangue. Cedimi il tuo letto.
Regalami il tuo cognome.
Dammi un futuro, che io cresca per questo.

Balla con me.
Conducimi su pavimenti, parquet, scale
Fammi girare la testa
Trattienimi con tenerezza

Arrischia un tango

Promettimi che tra poco lo rifaremo di nuovo. E di nuovo.
E di nuovo e ancora
Mille volte
Finché il passato non giungerà inaspettato
come un regalo non voluto
ordinato in precedenza
Consegnato dietro ricevuta

E che importa se
ho protestato che non è quello che ricordo
Lo volevo
Ma non questo, questo mai.

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WISLAWA SZYMBORSKA, C’è chi

C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

A volte un po’  lo invidio
– per fortuna mi passa.

wislawa szymborska

KRZYSTZOF KARASEK, IL POETA SI SIEDE SULLA NUVOLA

Il poeta si dondola sull’altalena
è bambino
ed è vecchio,
con la testa raggiunge il cielo
con i piedi la terra
è e, nello stesso tempo, non è,
la mano di qualcuno spinge l’altalena
una volta verso il cielo
un’altra verso le profondità della terra,
sfrecciano le morbide cordicelle
da una parte la luna degli appassionati
dall’altra il sole della verità,
da una parte il cielo della tranquillità
dall’altra le profondità dei contrasti,
steso sull’abisso del dubbio
e della speranza
si dondola dalla mattina alla sera,
sulla città
spengono le stelle
e sorge il sole e lui,
nell’immobile pendolo,
vola da un lato dell’abisso
all’altro
sulle ali del tempo
che abita in lui…

Wislawa Szymborska, Labirinto

WISLAWA SZYMBORSKA (Bnin, Polonia, 1923 – Cracovia, Polonia, 2012)
LABIRINTO

– e ora qualche passo
da parete a parete,
su per questi gradini
o giù per quelli,
e poi un po’ a sinistra,
se non a destra,
dal muro in fondo al muro
fino alla settima soglia,
da ovunque, verso ovunque
fino al crocevia
dove convergono
per poi disperdersi
le tue speranze, errori, dolori,
sforzi, propositi e nuove speranze.

Una via dopo l’altra,
ma senza ritorno.
Accessibile soltanto
ciò che sta davanti a te,
e laggiù a mo’ di conforto,
curva dopo curva,
e stupore su stupore,
e veduta su veduta
Puoi decidere
dove essere o non essere,
saltare, svoltare
pur di non lasciarsi sfuggire.
Quindi di qui o di qua
magri per di lì,
per istinto, intuizione,
per ragione, di sbieco,
alla cieca,
per scorciatoie intricate.
Attraverso infilate di file
di corridoi, di portoni,
in fretta, perché nel tempo
hai poco tempo
da luogo a luogo,
fino a molti ancora aperti,
dove c’è buio ed incertezza
ma insieme chiarore, incanto
dove c’è gioia, benché il dolore
sia pressoché lì accanto
e altrove, qua e là,
in un altro luogo e ovunque
felicità nell’infelicità
come parentesi dentro parentesi,
e così sia,
e d’improvviso un dirupo
un dirupo, ma un ponticello
un ponticello, ma traballante,
traballante, ma c’è solo quello,
perché un altro non c’è.
Deve pur esserci un’ uscita,
è più che certo.
Ma tu non la cerchi,
è lei che ti cerca,
e lei fin dall’ inizio
che ti insegue
e il labirinto
altro non è
se non la tua, finché è possibile,
la tua, finché è tua
fuga, fuga –

 

Wislawa Szymborska, Contributo alla statistica

WISLAWA SZYMBORSKA (Bnin, Polonia, 1923 – Cracovia, Polonia, 2012)
CONTRIBUTO ALLA STATISTICA

Su cento persone:

che ne sanno sempre più degli altri
– cinquantadue;

insicuri a ogni passo
– quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
– ben quarantanove;

buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
– quattro, be’, forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
– diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
– settantasette;

dotati per la felicità,
– al massimo non più di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
– di sicuro più della metà;

crudeli,
se costretti dalle circostanze
– è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi
– non molti di più
di quelli col senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
– quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
– ottantatré
prima o poi;

degni di compassione
– novantanove;

mortali
– cento su cento.
Numero al momento invariato.

 

Wislawa Szymborska, Ogni caso

WISLAWA SZYMBORSKA (Bnin, Polonia, 1923 – Cracovia, Polonia, 2012)
OGNI CASO

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.
Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.
Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave,
un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.
Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

 

Wislawa Szymborska, Amore a prima vista

WISLAWA SZYMBORSKA (Bnin, Polonia, 1923 – Cracovia, Polonia, 2012)
AMORE A PRIMA VISTA

Sono entrambi convinti
Che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza,
Ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
Che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
Dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
Se non ricordano –
Una volta un faccia a faccia
Forse in una porta girevole?
Uno “scusi” nella ressa?
Un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
Che già da parecchio
Il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
A mutarsi per loro in destino,
Li avvicinava, li allontanava,
Gli tagliava la strada,
E soffocando una risata,
Si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
Che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
O martedì scorso
Una fogliolina volò via
Da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
Tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
Su cui anzitempo
Un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno
Subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
È solo un seguito
E il libro degli eventi
È sempre aperto a metà.