Bella Achmadulina, Il giardino

Sono uscita in giardino, il rigoglio lussureggiante
però non sta qui ma nella parola “giardino”
che riempie l’orecchio, le narici e lo sguardo
della beltà delle rose cresciute.
La parola è più ampia del luogo:
lì si è comodi e liberi,
lì la terra fertile adotta come figli
gli orfani arbusti che vi crescono.
Virgulto d’ignote innovazioni,
o parola “giardino”, come un giardiniere
fai crescere e moltiplichi i tuoi frutti
con scintillio e stridor di cesoie.
Hanno trovato posto nel tuo libero abbraccio
la casa e il destino della famiglia
che non c’è, e il fiore bianco-smunto
di quella panchina da giardino.
Sei più fertile della terra, nutri
le radici delle chiome altrui, sei
la quercia, la cavità nel tronco, Dubrovskij,
la posta dei cuori e delle parole: amore e sanguel.
Le fronde tue ombrose
sono sempre scure, ma nella calura
perché ha chinato il capo turbato
l’ombrellino di pizzo innamorato?
Non sono forse io, cercatore di un’indolente manina,
ad arrossare il mio ginocchio sul pietrisco?
Misero giardiniere impertinente,
cosa cerco, a chi m’inchino?
Se fossi uscita, dove mai
sarei andata? È maggio, e il fango è secco.
Sono uscita nel vuoto smagrito
per leggervi che la vita è passata.
Passata! Dov’è andata di corsa?
Ha appena sfiorato l’asciutto tormento
delle labbra mute: ha detto che
tutto è per sempre e che io sono per un attimo.
Un attimo in cui non ho visto
né me né il giardino.
“Sono uscita in giardino”, ho scritto.
L’ho scritto? Vuoi dire che c’è
almeno qualcosa? Sì, ed è stupendo:
in giardino senza muovere un passo.
Non sono uscita. Ho solo
scritto: “Sono uscita in giardino”.

Bella Achmadulina, Il quaderno nuovo

Davanti al foglio bianco
resto confusa e timida
Così davanti alla porta del tempio
si ferma il pellegrino
Così davanti al viso di una vergine
abbassa gli occhi il dongiovanni.
Guardo avidamente e con amore
come uno scolaro, il quaderno nuovo
per tormentarlo con la penna
scarabocchiando parole senza senso.
Volto la pagina
facendo scempio.
La mia scrittura
si diverte a dare scandalo.
Addentrandomi nel folto del quaderno
come nel folto di un bosco, io mi perdo
e porto da sola tra i fogli luminosi
la mia trionfante pena.

Konstantin Korovin, Winter twilight, 1916

 

Fëdor Ivanovič Tjutčev, Silentium

Nascondere tacere celare
sentimenti sogni
Nel fondo lasciare che sorgano tramontino
come chiare stelle della notte:
osservare ammirare tacere.

Un cuore come potrà dire
Un altro capire
capire di che vivi.
Pensiero espresso è già menzogna,
fonte sommossa è già intorbidita.
Gustarne e tacere.

In se stesso solo vivere
un mondo intero
pensieri magici misteriosi:
i rumori di fuori assordano
i raggi del giorno accecano.
Ascoltare il canto e tacere.

Marino Iotti

Marina Cvetaeva, È anche assennatezza la follia

 

Salvatore Fiume, “Susette 1”

È anche assennatezza la follia,
Anche un onore la vergogna,
Di tutto ciò che porta a ragionare,
Ce n’è fin troppo
In me. — Tutti gli stimoli da ergastolo
Sono intrecciati in uno! —
Così nei miei capelli — tutti i toni
Si fanno guerra!
Ogni amoroso cinguettìo conosco,
— A memoria li so! —
— La mia esperienza di ventidue anni
È d’una lagna eccezionale!
Ma in viso ho l’innocenza delle rose,
— Da non si dire! —
Io sono la virtuosa delle virtuose
Nell’arte di mentire.
In lei, che gettai via come una palla
— Ma di nuovo agguantai! —
Ecco svelato il sangue delle mie
Bisavole polacche.
Mento perché nei cimiteri
L’erba rigoglia,
Mento perché nei cimiteri
La neve tùrbina…
Mento per il violino — l’automobile,
Il fuoco, gli abiti di seta…
Lo strazio che non tutti abbiano amato
Soltanto me!
Per la pena, che non sono
Fidanzata con nessuno…
Mento a causa del gesto
E del verso – Per il gesto e per il verso!
Per un morbido boa, mento, sul collo…
E appena posso non mentire, — ecco!
La voce mi si fa più tenera,
Di quando mento…

 

Marina Cvetaeva, Oggi la neve s’è disciolta, oggi

Oggi la neve s’è disciolta, oggi
Sono rimasta a lungo alla finestra.
L’occhio è tornato alla realtà; più libero,
Rasserenato, nuovamente è il petto.
Il perché non lo so. Può darsi che
L’anima sia semplicemente stanca,
E in qualche modo non ho avuto voglia
Di metter mano a un lapis irrequieto.
Così sono rimasta — nella nebbia —
Lontana sia dal bene che dal male,
Tamburellando calma con le dita
Sul vetro, che ne tintinnava appena.
Non fa nessuna differenza, l’anima,
Su ciò che incontra per la prima volta:
Sia una pozzanghera di madreperla,
Dove s’è arrovesciato il firmamento,
O un uccello che sfreccia su nell’aria,
O un cane che, semplicemente, corre:
Perfino il canto d’una mendicante
Non m’ha portato mai fino alle lacrime.
L’arte gentile del dimenticare
L’anima mia l’aveva già imparata.
Oggi non so che immensa sensazione
Mi si è sciolta nell’anima.

Tatjana Bek, L’albero sul tetto

TATJANA BEK
L’ALBERO SUL TETTO

Sono un albero cresciuto sul tetto,
più gracile, più contorto, più basso
di quelli normali, autentici, sicuri
che io sia più superbo e più alto di loro.

Si radicano al suolo con possenti radici
simili ad ancore arrugginite,
mentre in punta di piedi io tremo per loro
che mi mancano tanto, vicini, lontani.

Sradicato, ma ben distante dal cielo.
Mi udite? Come mi sento solo,
confitto dal caso in questa fenditura!
Solo il vento mi carezza la frangia fulva.

Egon Schiele, Autumn Tree with Fuchsias, 1909

Alexsandr Blok, Primaverile crepuscolo

ALEXSANDR BLOK, (San Pietroburgo 1880 – 1921)

Primaverile crepuscolo,
ai piedi gelide ondate,
nel cuore speranze celesti,
lambiscono le onde la sabbia.

Gli echi d’un canto lontano,
ma non mi è dato distinguerli.
Piange solitaria l’anima
là, su quell’altra sponda.

Il mio mistero si compie?
Sei tu che chiami lontano?
La barca s’immerge, vacilla,
qualcosa corre nel fiume.

Nel cuore speranze celesti,
mi viene incontro qualcuno…
Barlumi di crepuscolo,
voci su quella sponda.