Onda

Leggere riflettere scrivere

(Omaggio a Neruda)

di Giovanni Baldaccini                    

 

Privo di sogni adatti
e reti per carpire
traccio circoli d’acqua
nel tuo viso incostante
femmina folta di decadente stile
fiato.
Nel tuo suono che cade
dall’orizzonte al fondo
distratto
rammendo note
lungo derive d’anni ammainati
dove si inoltra odore
d’onda fuggiasca
in cui mi spando alterno
come un’ala spezzata o una deriva
verso il lume frangente dei tuoi occhi
d’affitto
per un appuntamento speso a ore
e spiccioli di narrativa.

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Dirompente

cristina bove

allo specchio

                     
che mi sobbarco la normalità
con le mie ore d’aria, qui m’accuso.
Dico ciò che fa male
senza l’impaccio del bon ton
denudo i miei pensieri _vie dirette_
perché non sia loquela dissociata
madre non un lamento
donna di salti e voli irregolari. Alla licenza
stocco.
Mi prende a parte un dissuasore
:non è così che si colpisce il centro!

Ma quale centro è questo
che fa mettere maschere __che fa
rivestire di rose la paura?

Un guizzo di sospetto anche si estende
in conseguenze accusatorie.
__si vergogni, signora essere umano,
tanti vorrebbero il suo posto, al sole, al buio,
nell’immediato o nel futuro e lei
che si risveglia un altro giorno ancora
non sa apprezzare e farselo piacere__

Va tutto bene _dicono_ e a ragione.
Se tutto questo accade
se raccomando al cuore di fermarsi nel sonno
se prego un dio colpevole d’eterno,
son io che non so…

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La dimora del tempo sospeso

Ingeborg Bachmann
Anna Maria Curci

Foto, interviste, filmati, registrazioni mi hanno fatto conoscere il suo volto, i suoi gesti, la sua voce. La lunga frequentazione con i suoi testi mi fa tuttavia prediligere l’immagine con la quale l’ha rievocata, nel 1986, nel suo romanzo Estinzione, Thomas Bernhard. Ingeborg Bachmann è lì Maria, “la mia prima poetessa” (così la chiama l’io narrante), che appare all’improvviso nella valle di una località dell’Italia settentrionale “con il suo folle completo, giacca e pantaloni”. Sembra che venga direttamente, o stia per recarsi, a una serata di gala al Teatro dell’Opera. Viene da Parigi, Maria, non da Roma, dove all’epoca abita. Così, per me, Ingeborg Bachmann è Maria, nella sua mise per l’Opera, felicemente fuori luogo per una escursione in montagna, con i pantaloni neri di velluto stretti sotto il ginocchio, con la giacca di velluto color rosso cardinale e il colletto turchese.

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Elia Belculfinè. Un giovane poeta, un antico sapere

Elia Belculfinè

Si rivolge a capacità di oriente l’ultima mia tristezza.
Annera il sangue come lamine di argento – della terra promessa niente
di più sa l’uomo – con la tenebra negli occhi del
gabbiano, blu oltremarino – chi riconosce il limite?
Terra, terra dove riluce la punta del falcetto
e torna un suono – chi affastella – a smarrire la nostra misura.
Uomini, è ferita all’occhio di dio
che altro vento arrossa, eterno, la cifra del delirio.
Il nostro delirio, irragionevole palpito.

[…]

via Un giovane poeta, un antico sapere.

alveare

Dire ( eh!)
Accendere la musica ( eh!)
Chiudere gli occhi
Non fare male
L’erba se ne frega
I libri
Astronavi e botti
Vulcani che si spengono
Altri silenziosi
Mi giro sulla schiena
Un fatto di nessuno
Mi alleno
Dormo
Bene
Non faccio attenzione a non schiacciare le formiche.

/

Dio era davanti a me, mio come una casa in affitto.
Mi guardava come fossi la bambina di una taglia più grande del vestito che mi aveva preparato.
Mi ha sfiorato lo zigomo. Poi ha lasciato cadere la mano. Mi ha dato la sua bocca.
Ha detto lasciala scorrere lungo le curve dei gomiti, nello sbadiglio.
Sentirai il duro della testa, la forma liquida del sangue.
Ti entrerò come la morte. Ti farò vedere.

Una coltellata di neve ha fatto il suo ingresso.

Era pazzo.
Io con Lui.
Era inverno.
Ero grassa di Lui.

Poi è successo. Qualcosa si è deformato.

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PATRIZIA CAVALLI, Ah smetti sedia

Ah smetti sedia di esser cosi sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono, solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch’io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.