Marina Cvetaeva, È anche assennatezza la follia

 

Salvatore Fiume, “Susette 1”

È anche assennatezza la follia,
Anche un onore la vergogna,
Di tutto ciò che porta a ragionare,
Ce n’è fin troppo
In me. — Tutti gli stimoli da ergastolo
Sono intrecciati in uno! —
Così nei miei capelli — tutti i toni
Si fanno guerra!
Ogni amoroso cinguettìo conosco,
— A memoria li so! —
— La mia esperienza di ventidue anni
È d’una lagna eccezionale!
Ma in viso ho l’innocenza delle rose,
— Da non si dire! —
Io sono la virtuosa delle virtuose
Nell’arte di mentire.
In lei, che gettai via come una palla
— Ma di nuovo agguantai! —
Ecco svelato il sangue delle mie
Bisavole polacche.
Mento perché nei cimiteri
L’erba rigoglia,
Mento perché nei cimiteri
La neve tùrbina…
Mento per il violino — l’automobile,
Il fuoco, gli abiti di seta…
Lo strazio che non tutti abbiano amato
Soltanto me!
Per la pena, che non sono
Fidanzata con nessuno…
Mento a causa del gesto
E del verso – Per il gesto e per il verso!
Per un morbido boa, mento, sul collo…
E appena posso non mentire, — ecco!
La voce mi si fa più tenera,
Di quando mento…

 

Marina Cvetaeva, Oggi la neve s’è disciolta, oggi

Oggi la neve s’è disciolta, oggi
Sono rimasta a lungo alla finestra.
L’occhio è tornato alla realtà; più libero,
Rasserenato, nuovamente è il petto.
Il perché non lo so. Può darsi che
L’anima sia semplicemente stanca,
E in qualche modo non ho avuto voglia
Di metter mano a un lapis irrequieto.
Così sono rimasta — nella nebbia —
Lontana sia dal bene che dal male,
Tamburellando calma con le dita
Sul vetro, che ne tintinnava appena.
Non fa nessuna differenza, l’anima,
Su ciò che incontra per la prima volta:
Sia una pozzanghera di madreperla,
Dove s’è arrovesciato il firmamento,
O un uccello che sfreccia su nell’aria,
O un cane che, semplicemente, corre:
Perfino il canto d’una mendicante
Non m’ha portato mai fino alle lacrime.
L’arte gentile del dimenticare
L’anima mia l’aveva già imparata.
Oggi non so che immensa sensazione
Mi si è sciolta nell’anima.

Marina Cvetaeva, Versi per Blok, I

MARINA CVETAEVA (Mosca, 1892 – Elabuga, Kozan, 1941)

VERSI PER BLOK, I

Il tuo nome è una rondine nella mano,
il tuo nome è un ghiacciolo sulla lingua.
Un solo unico movimento delle labbra.
Il tuo nome sono cinque lettere.
Una pallina afferrata al volo,
un sonaglio d’argento nella bocca.

Un sasso gettato in un quieto stagno
singhiozza come il tuo nome suona.
Nel leggero suono degli zoccoli notturni
il tuo nome rumoroso rimbomba.
E ce lo nomina lo scatto sonoro
del grilletto contro la tempia.

Il tuo nome – ah, non si può! –
Il tuo nome è un bacio sugli occhi,
sul tenero freddo delle palpebre immobili.
Il tuo nome è un bacio dato alla neve.
Un sorso di fonte, gelato, turchino.
Con il tuo nome il sonno è profondo.