BRENDA PORSTER, La fine del mito

La poesia designa l’assenza di quella religione che
avrebbe dovuto essere. Essa è religione come lo è il ricordo di una persona
amata, e risveglia a quell’impossibile che è l’assenza.
(Georges Bataille)

La straordinaria promessa che un uomo e una donna si fanno a vicenda è l’opportunità di inventare un mito insieme. Per incantare noi stessi.
(Tim Parks)

e quando il mito non è condiviso?
e l’incanto solamente
un fremente assolo
suonato a orecchie indurite?
non abbiamo
altro che:

un melodia,
una montagna dalle vette innevate, isolata,
ombre d’abeti blu su neve abbagliante,
onde sonore che si curvano infinite
cagliando l’aria gelata,
inascoltate e, come tali,
inesistenti?

uno specchio,
che riflette la nostra stessa illusione,
un solipsismo di visione,
luminoso, fragile:

un muro,
che ci rimbalza i segnali,
che manca di fluidità,
i reciproci rimandi, le mosse combinate
di un gioco di coppia;
anche se ci sono ancora gesti inaspettati,
angoli da compensare,
perché anche l’indifferenza conosce
una certa cortesia:

un dono,
che richiede lo scambio rituale,
“eccolo, è per te”
tirato fuori dalla borsa, non incartato,
anonimo:

e tu,
accetterai
così poco, e così tardi?

e quando il mito si frantuma
– era dunque così fragile –
in vetri aguzzi, pugnali per il cuore,
non è, dopo tutto, una gran
notizia, c’è solo che sei di nuovo
sola, un neutrino infinitamente piccolo
che attraversa la densità della vita
senza lasciar traccia,
insignificante sotto occhi che non vedono
un cielo nero e gelato
noncurante.