DENISE LEVERTOV, La finestra della zingara

Sembra un palcoscenico
che ha per sfondo fantasie di velluto,
cotone, raso, fregi e nastri –
Un’amabile noncuranza
ha sparpagliato i piatti banali, i rosari
e ha posto al centro
un vaso scuro dal collo stretto,
boccioli di rose di carta gialli e carnati, sfarzose
rose di carta rosse e aperte –
Dietro il vetro, su rigide sedie
guardano passare i camion una vecchia
rozza imperiosa ornata
da una bandana, e una bella giovane
la sua bocca un’enorme rosa sprezzante –
Il coraggio
di una retorica naturale lancia verso l’arida
Hudson Street un’occasione di poesia, una poesia
casuale che dà passione alle rose,
le rose nella finestra della zingara in un vaso
blu sembrano vere, irreali
come rose vere.

Denise Levertov, La scala di Giacobbe

DENISE LEVERTOV (Ilford, Essex, 1923 – Seattle, Washington, 1997)

LA SCALA DI GIACOBBE

La scala non è fatta
di trefoli lucenti un effimero
splendore ove angeli
posano i piedi con un’occhiata senza dover
sfiorare la pietra.

È di pietra.
Di pietra rosa
che morbida riluce
solo perché sta contro un cielo incerto,
il torbido grigiore della notte.

Una scala ad angoli
retti, solidamente costruita.
Si vede che agli angeli tocca
saltar giù da un gradino all’altro, sollevando
un poco le ali:

e l’uomo deve sbucciarsi
le ginocchia per salire e aggrapparsi
con le mani. La pietra squadrata
lenisce i piedi titubanti. Ali lo sfiorano.
La poesia sale.