SAVITA SINGH, SENZA ÀNCORA NÉ VINCOLO

Il vento rifiniva un’idea
nella testa di un uccello
che si era appena fatto il nido.
Era venuto a dirmi anche
che io sono soltanto un frutto del tempo
e che non sono nessuno per pensare alla mia
trascendenza.
La tristezza che senza sosta gocciola nel mio
intimo
da un rubinetto ossidato e inarrestabile,
è anche una apertura alla creazione malinconica.
Sul far della notte,
l’uccello era ben insediato nella sua casetta,
mi aveva lasciato a vagare
per il largo mondo,
senza àncora né vincolo.

Giorgio Vigolo, Il viso

Malinconia d’esistere con questo
volto remoto che ci esprime l’anima
e la sua storia e i giorni alti e perduti,
senza più averne la memoria e il senso.
Scruti meglio la pietra: in selve amare
più domestica lingua hanno le foglie
e i paesi si leggono: s’intende
l’innocenza dei monti. Ma l’umano
viso, il tuo stesso, che ti senti in carne
fitto all’essenza, che vuol dire?
Indaghi
inutilmente questa tua persona
che sempre hai teco e nei notturni vuoti
s’ingrandisce di sogni, apre il suo libro
su figure dolcissime o tremende.
E allor, quasi prendendo del tuo buio
una rapita conoscenza, credi
finalmente di leggerti. Decifri
l’oscura lingua, sillabi le forti
lettere e i nomi sciogli.
Illuso! in altro
specchio t’ appari. O ti dispieghi in vaste
epoche d’astri e spaziati cosmi
o stringi i tempi in questi sensi umani,
solo saprai di non saper chi sei.

Edvard Much, MELANCHOLY, 1894-96