DANIELE BARBIERI, nel mezzo della notte, quando sentivamo

nel mezzo della notte, quando sentivamo
arrivare e spegnersi la moto, persino se la strada
era una lastra di ghiaccio e le montagne intorno
risplendevano di neve,
sapevamo che era lui, il matto, che veniva
a cercare illusioni nelle vite altrui

se ci fossimo alzati, nel buio
avremmo visto gli scuri aprirsi alla finestra
piano, per non svegliar nessuno,
e una forma incappucciata spiare dentro,
silenziosa, a lungo,
con la luce di un calore vagheggiato
accesa negli occhi

restavamo a letto, ovviamente, invece,
consapevoli di quello sguardo
affamato di una vita
che negli altri soltanto
gli era reale

XAVIER VILLAURRUTIA, Notturno mare

Né il tuo silenzio, duro cristallo di roccia,
né il freddo della mano che mi tendi,
né le tue parole secche, senza tempo né colore,
né il mio nome, nemmeno il mio nome,
che pronunci come cifra nuda di significato;

né la ferita profonda, né il sangue
che sgorga dalle tue labbra, palpitante,
né la distanza ogni volta più fredda
lenzuolo neve di ospedale inverno
teso tra di noi come il dubbio;

nulla, nulla potrà essere più amaro
del mare che porto dentro, solo e cieco,
il mare antico Edipo che mi rincorre a tentoni
da tutti i secoli,
quando il mio sangue ancora non era il mio sangue,
quando la mia pelle cresceva nella pelle di un altro corpo,
quando qualcuno respirava per me perché ancora non esistevo.

Il mare che sale muto fino alle mie labbra,
il mare che mi satura
con il mortale veleno che non uccide
poiché prolunga la vita e duole più del dolore.
Il mare che fa un lavoro lento e lento
forgiando nella caverna del petto
il pugno adirato del mio cuore.

Mare senza vento né cielo,
senza onde, disorientato,
notturno mare senza spuma sulle labbra,
notturno mare senza collera, fedele
a leccare le pareti che lo tengono imprigionato
e schiavo che non rompe le sue sponde
e cieco che non cerca la luce che gli rubarono
e amante che solo brama il proprio disamore.

Mare che trascina spoglie silenziose,
oblii dimenticati e desideri,
sillabe di ricordi e rancori,
sogni affogati di neonati,
profili e profumi mutilati,
fibre di luce e naufraghi capelli.

Notturno mare amaro
che circola in stretti corridoi
di coralli arterie e radici
e vene meduse capillari.

Mare che tesse nell’ombra la sua trama oscillante,
con azzurri aghi infilati
di fili e nervi e tesi cordami.

Notturno mare amaro
che inumidisce la mia lingua con la sua lenta saliva,
che fa crescere le mie unghie con la forza
del suo segno oscuro.

Il mio udito segue il suo segreto rumore,
sento crescere le sue rocce e le sue piante
che allargano e allargano le sue labbra e le dita.

Alessia D’Errigo, Il tuo bacio che doveva essere il mio

di sangue mi faccio corpo
d’ombra rossa e margherite
il mio prato – uno stelo aperto al cielo

germogli in fiore

il mio sangue che non è solo il mio
(ombra del tuo bacio)
e il bacio – ombra mia

il mio prato un germoglio in fiore

e raccolgo a mani aperte
lo scorrere delle labbra
(platani aperti)
il tuo bacio – che è il mio

germoglia il fiore

cosa chiedo e chiedi – radice di baci
cosa ami e temi – radice di baci
cosa danzi – radice dei miei baci

il mio prato un germoglio in fiore

chiedimi ancora della notte – nascondimi
chiedimi ancora dell’amore – salvami
chiedimi ancora se l’amore e la notte…

germoglia il fiore

amore

il tuo bacio che doveva essere il mio

Francesco Sassetto, Cinquant’anni di treni e di stazioni, partenze

Cinquant’anni di treni e di stazioni, partenze
e ritorni, labirinti di calli, incerte direzioni,
adesso qua
a contare i giorni e le ore che vanno via da sole
nella pioggia che cade
fuori e dentro di me.

Cresciuto ad ansiolitici, De Andrè e letteratura
con tutte le parole dimenticate e le mani
gelate, con troppe favole rimaste nelle tasche,
affacciato ancora al solito balcone a guardare

questa notte che sale.

Sempre in bilico tra allegria e ansietà, illusione
e realtà, coi piedi piantati sulla terra e gli occhi
alle nuvole che vanno
a cercare invano
di sbrogliare questo intrico di rovi
tra ferite e bellezza, con la fede antica
di chi cammina senza alcuna certezza
né verità da poter regalare.

Testardo ancora a viaggiare senza occhiali da sole
né Ipod alle orecchie per ascoltare osservare
senza silenziatore
questo desolato teatro che non mi appartiene
e mi gira attorno, questa sorridente disperata
umanità che si muove in branco
con il navigatore.

E sono stanco e forse hai ragione tu
forse è vero
che non sorrido più come una volta,
finito chissà dove quel mio ritaglio di sole
buono a levare dagli occhi un po’
della polvere che s’alza dallo sciagurato
carosello quotidiano, dall’ondata di indifferenza
e ignoranza che monta ogni giorno più forte,
grida ed avvolge di vuoto e tracotanza.

Anche i sorrisi i sogni
hanno una scadenza.

ASMA GHERIB, Vieni da me oh notte

Vieni da me oh notte,
con il volto di un re,
con l’andatura di un cavaliere
e con la spada di uno scrittore.
Vieni da me oh notte,
perché voglio purificarmi con l’ausilio della lettera P,
la O,
la E,
la S,
la I
e la E.
Vieni da me,
con un cestino pieno di alfabeti e lingue,
pieno di rubini e perle,
e tu angelo della morte,
fermati lì, e concedimi attimi di beatitudine
perché possa tessere nuvole
fatte di versi e di lacrime
e possa portare alle case,
fichi, melograni e pane,
uva, datteri e miele,
olio, vino e candele.
Vieni da me oh notte,
sii il mio prediletto ospite,
e dimmi: chi sono io, chi sei tu e chi sono le altre creature?
Tu sei un cuore che palpita dentro le mie grotte
ed io sono la portatrice delle nostalgie,
dei lamenti dei cuori e delle anime,
dei richiami degli oppressi e delle loro preghiere
e gli altri sono corpi astrali dentro una valle di malinconie,
fragili come un nido di ragno, cercano luce
dentro la falsa oscurità delle mie pagine,
cercano pace, sorrisi e quiete,
dentro gli uragani delle loro storie.
Eccomi, sono da te,
mi rispecchio sulle sabbie del tuo cuore e sulle sue dune,
dentro i tuoi occhi divento lacrime
e dentro la tua mente divento giardini, sogni e speranze.