EDOARDO SANGUINETI, Postkarten, 43

brucia e brucia! come ha detto quel tale (è un aneddoto storicamente garantito:
e, per il mio gusto, di prima scelta), quando è ritornato nella sua villa, in Serbia,
nel ’42 (e i partigiani, che avevano fatto la cucina, lì dentro, di fresco,
gli avevano acceso il fuoco, in biblioteca, anche per scaldarsi, naturalmente,
e lo avevano alimentato con i libri):
                                                       brucia e brucia! come ha detto quel tale,
dunque, dando un calcio a un volume superstite di una pregiata edizione delle Oeuvres
complètes di Voltaire, scaraventandolo nel pieno delle fiamme:
                                                                                        brucia e brucia!
ha detto, perché tutto è incominciato con te: (e tu che leggi questi versi, adesso,
vedi un po’ tu, che sai, se li degni, per caso, di un fiammifero):

TRILUSSA, ER PORCO

TRILUSSA
ER PORCO

Un vecchio Porco disse a certe Vacche:
La vojo fa’ finita
de fa’ ‘sta porca vita.
Me vojo mette er fracche,
le scarpe co’ lo scrocchio,
un fiore, un vetro all’occhio,
e annammene in città,
indove c’è la gente più pulita
che bazzica la bona società.-
Fu un detto e un fatto, e quela sera istessa
agnede a pijà er tè da ‘na contessa:
s’intrufolò framezzo a le signore,
disse quarche parola de francese,
sonò, cantò, ballò, fece l’amore.
Ma doppo du’ o tre giorni
er vecchio porco ritornò ar paese.
Che? – fecero le Vacche – già ritorni?
Dunque la società poco te piace…
No – disse er Porco – so’ minchionerie!
Io ce starebbe bene: me dispiace
che ce se fanno troppe porcherie…

GIOVANNI RABONI, Il cavalier menzogna

1
Nel Trionfo dell’Impudenza
il cavalier Menzogna
disdice quel che ha detto il giorno prima
ma lo fa confermare
da uno dei suoi scherani o manutengoli
per ottenere simultaneamente
l’effetto della prudenza e dell’audacia,
del moderatismo e dell’estremismo,
del perbenismo e della beceraggine:
tanto, lo si vede pensare
dietro la facciata di gomma o plastica
che gli serve da faccia,
mille volte più della verità
vale la garanzia del suo sorriso.

2
Nel Trionfo della Volgarità
in primissimo piano si contempla
una montagna di orologi
e bracciali firmati
delle più famose gioiellerie
da regalare a sudditi e compari
nelle feste più o meno comandate
con regale accompagnamento
di pacche sulle spalle
mentre soltanto col binocolo
s’intravede la villa inaccessibile
dove il Menzogna gongola
in compagnia dei grandi della terra.

3
Nel Trionfo dell’Arroganza
il Menzogna impartisce reprimende
perché remano contro e gli impediscono
di rifare l’Italia
non soltanto ai sodali più riottosi
ma anche e soprattutto agli avversari
dimostrando di credere
che ricevuta la prescritta unzione
uno (uno, s’intende, come lui)
diventa ipso facto padrone
come se si trattasse d’una villa
con annessi fabbricati rurali
sia della cosiddetta maggioranza
che della cosiddetta opposizione.

4
Nel Trionfo dell’Ignoranza
c’è poco da vedere
e addirittura niente da scoprire
l’unica cosa decisiva
essendo l’invisibile bravura
con la quale il Menzogna
e i suoi spacciatori mediatici
immettono da vent’anni ogni giorno
nelle vene dei sudditi
micidiali microdosi d’oblio.

5
Nel Trionfo del Malaffare
da quando un fiume di denaro sporco
scaturito da un’isola vicina
e riciclato in isole lontane
ha fatto spuntare quartieri
grandi come città
e messo in moto la gran ruota
delle centrali della persuasione
chiunque può vedere
pregiudicati e delinquenti
d’ogni risma e colore
mettere sull’attenti
compunti picchetti d’onore.

6
Nell’ultimo Trionfo immaginabile
si vedono e si sentono
i più informati dare per sicuro
che sùbito dopo il ripristino
dell’istituto dell’immunità
verrà introdotto a maggioranza semplice
(ma non si esclude il voto favorevole
o almeno l’astensione
di buona parte dell’opposizione)
quello non meno giusto e indispensabile
dell’immortalità parlamentare.

Canzone dei rischi che si corrono
Un’ossessione? Certo che lo è.
Come potrebbe non ossessionarci
la continua reiterazione
degli stereotipi più osceni,
l’alluvione di falsità e soprusi,
la suprema pornografia
dell’astuzia fatta oggetto di culto,
della prepotenza fatta valore,
della spudoratezza fatta icona?
Andiamo a dormire pensandoci,
ci svegliamo con questo fiele in bocca
e c’è chi ha il coraggio di chiederci
d’essere più pacati e costruttivi,
d’avere più distacco, più ironia…
Sia detto, amici, una volta per tutte:
a correre rischi non è soltanto
la credibilità della nazione.
o l’incerta, dubitabile essenza
che chiamiamo democrazia,
qui in gioco c’è la storia che ci resta,
il poco che manca da qui alla morte.

VITTORIO SERENI, Nel vero anno zero

Meno male lui disse, il più festante: che meno male c’erano tutti.
Tutti alle case dei Sassoni – rifacendo la conta.
Mai stato in Sachsenhausen? Mai stato.
A mangiare ginocchio di porco? Mai stato.
Ma certo, alle case dei Sassoni.
Alle case dei Sassoni, in Sachsenhausen, cosa c’è di strano?
Ma quante Sachsenhausen in Germania, quante case.
Dei Sassoni, dice rassicurante
caso mai svicolasse tra le nebbie
un’ombra di recluso nel suo gabbano.
No non c’ero mai stato in Sachsenhausen.

E gli altri allora – mi legge nel pensiero –
quegli altri carponi fuori da Stalingrado
mummie di già soldati
dentro quel sole di sciagura fermo
sui loro anni aquilonari. Dopo tanti anni
non è la stessa cosa?

Tutto ingoiano le nuove belve, tutto –
si mangiano cuore e memoria queste belve onnivore.
A balzi nel chiaro di luna si infilano in un night.

PIER PAOLO PASOLINI, La recessione

Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
vuoti di macchine
pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania
I vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane
E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino

L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno
E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d’amore
soltanto d’amore

Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera

E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com’erano una volta
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremo i grilli o i tuoni
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno

E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello

Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.