Wallace Stevens, Uomo e bottiglia

La mente è la grande poesia dell’inverno, l’uomo,
che per trovare quanto possa bastare
distrugge dimore romantiche
di rosa e ghiaccio

nella terra della guerra. Più che l’uomo, è
un uomo con la furia d’una razza d’uomini,
una luce al centro di molte luci,
un uomo al centro di uomini.

Deve soddisfare la ragione sull’essenza della guerra,
deve persuadere che la guerra è parte di se stessa,
una maniera di pensare, un modo di
distruggere, come la mente distrugge,

un distogliere, come una delusione antica volge
le spalle al mondo, una vecchia tresca con il sole,
un’aberrazione impossibile con la luna,
una volgarità di pace.

Non è la neve che è pagina, penna.
La poesia sferza più feroce del vento,
mentre la mente, per trovare quanto possa bastare,
distrugge dimore romantiche di rosa e ghiaccio.

Tonia Colleen, Trip to Paradise

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Wallace Stevens, Dame unite d’America

 

Je tâche, en restant exact,
d’être poète.
JULES RENARD

Le foglie non bastano a coprire la faccia
che indossa. Così s’espresse l’oratore: “La massa
è nulla. Il numero di uomini in una massa
d’uomini è nulla. La massa non è più grande

del singolo uomo della massa. Ogni massa
promulga il proprio paradigma.” Le foglie
non bastano a celare la faccia dell’uomo
di questa massa morta e di quella. Il vento si può

colmare di facce come di foglie, soffiare folate di bocche,
e di bocche che piangono e piangono giorno dopo giorno.
Potrebbero essere noi stessi, noi stessi risonanti,
le nostre facce che ruotano attorno a una faccia centrale

e poi di nuovo ovunque, via via lontano?
Eppure una faccia continua a tornare (mai quella),
la faccia di un uomo della massa, mai la faccia
che l’eremita su una lingua di sabbia avrebbe visto,

mai il politico nudo istruito
dal saggio. Le foglie non bastano a incoronare,
a coprire, incoronare, coprire – e dillo –
l’attore che alfine declamerà la nostra fine.

David Alfara Siquieros, La brutalita’ del dittatore Porfirio Diaz, 1957